Il ruolo dell’ortopedico nelle fratture da fragilità | VIDEO

Le fratture da fragilità sono in costante aumento, in particolare quelle vertebrali. Con il Prof. Paolo Traquilli Leali andiamo a scoprire le tecniche a disposizione dell'ortopedico per la cura delle ossa fratturate

La Ricerca offre nuovi metodi di intervento per curare le fratture, ma l’incremento dell’osteoporosi impone oggi all’ortopedico di puntare con sempre maggiore decisione sulla prevenzione.

Ne ha parlato il Professor Paolo Tranquilli Leali, ordinario di Malattie dell’apparato locomotore presso l’Università degli Studi di Sassari alla Giornata di studi organizzata a Roma da FIRMO, in occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi 2019.

Gli effetti dell’osteoporosi sul tessuto osseo sono immediatamente evidenti all’ortopedico:

“L’ortopedico ha il ruolo di operare concretamente sull’osso: la sua esperienza gli fa immediatamente capire se ha a che fare con tessuto resistente, oppure indebolito dall’osteoporosi, sul quale è difficile intervenire.” – racconta il Prof. Leali –  “Possiamo paragonare l’ortopedico a un falegname, che intuisce subito se ha sottomano una tavola di quercia o di truciolato, che non offre resistenza e si sbriciola. E gli ortopedici sono seriamente preoccupati per un momento sociale in cui gli anziani, e l’osteoporosi, aumentano sempre più.”

Le fratture vertebrali da osteoporosi sono viste con particolare preoccupazione, perché?

“Si tratta di un evento meccanicamente terribile, perché si evolvono molto rapidamente ed è difficile capire se sono recenti o meno: l’unico esame capace di darci risposta è la risonanza.” – racconta il Prof. Leali – “Invece è fondamentale riconoscerle, perché danno origine a un meccanismo biomeccanico drammatico: cambiando i bracci di leva, la situazione peggiora progressivamente e la presenza di frattura ne causa presto un’altra.”

Quali mezzi ha oggi a disposizione l’ortopedico?

“Si interviene solo quando la situazione è degenerata e i medicinali da soli non bastano più e per farlo oggi abbiamo disposizione molte nuove tecniche. Una di queste è la vertebroplastica, impiegata da quasi trentacinque anni. Utilizza un riempitivo, il polimetilmetalacrilato (che non è altro che il plexiglas), un materiale plastico che dà una certa resistenza meccanica e impedisce alla vertebra di crollare. Si tratta di un intervento riservato a quando il dolore diventa insostenibile, non lo si esegue preventivamente. La cifoplastica consiste invece in una sorta di palloncino che, posto all’interno della vertebra, si gonfia sollevandola, in modo da permettere di iniettarvi il cemento. In realtà per questo tipo di intervento occorrerebbero vertebre robuste: difficilmente il tessuto osseo osteoporotico resiste alla pressione del palloncino, tanto che si può rischiare di causare nuove fratture.” – racconta il Prof. Leali -“Esistono anche altre tecniche, ancora in fase sperimentale o in studio, come l’elastoplastica, i polisilossani (silicone), ossia materiali più morbidi, più biomimetici e più biocompatibili: questo è probabilmente il cammino da percorre in futuro. Un’altra nuova tecnica è l’optimesh, una sorta di reticella contenente frammenti di osso che si colloca dentro la vertebra allo scopo di rigenerarla, come un innesto, dall’interno. Anche per questo sistema occorre un tessuto osseo in buone condizioni ed è inoltre piuttosto costoso. Anche lo spine jack richiede un tessuto di partenza abbastanza resistente, perché fa uso di un meccanismo che somiglia in tutto e per tutto a un piccolo cric: una volta introdotto nella vertebra la alza, per consentire di introdurre il cemento che la stabilizza meccanicamente. Invece quando la vertebra è completamente crollata, bisogna intervenire dall’esterno, utilizzando i sistemi di sintesi percutanea vertebrale mini-invasiva, che pur essendo interventi chirurgici importanti, permettono tempi di ripresa più veloci. Il loro scopo è quello di applicare viti e barre stabilizzanti, e consentono di recuperare le deformità vertebrali. In caso di situazione disperata, siamo anche in grado di ricostruire l’intero corpo vertebrale, sostituendolo con uno spaziatore, una vertebra meccanica stabilizzata lateralmente con viti. Però tutti questi sistemi sono impiegati per trattare casi drammatici, e non sempre risultano risolutivi. “

Allora qual è la strada da percorrere?

“Negli ultimi dieci anni abbiamo trattato più di 3.000 pazienti con un rapporto donna/uomo attualmente di 5 a 2. Tale divario però si sta rapidamente riducendo, perché anche gli uomini invecchiano di più. Se un tempo si parlava di “osteoporosi postmenopausale”, oggi il problema dell’osteoporosi maschile è grave e sta dilagando.” – racconta il Prof. Leali – “Questo soprattutto perché non c’è sufficiente cultura, non solo nei pazienti ma, purtroppo, anche nel mondo degli addetti alla salute: solo al 50% dei pazienti in uscita dai reparti ortopedici viene assegnata una terapia adeguata. Il 40% di questi poi si perde al momento del contatto con il medico di base. Il vero obiettivo dell’ortopedico è quello di far funzionare quanto più possibile la prevenzione e le cure farmacologiche. Purtroppo, rispetto alla forte tensione degli anni Novanta e Duemila, oggi vediamo un decadimento dell’attenzione istituzionale verso la prevenzione, che ha sicuramente un costo, ma riesce a ridurre di molto quello, tanto più alto, degli interventi post-frattura.”

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